27 gennaio 2016
Metafisica della non-metafisica
Persino le più rigorose epistemologie suppongono una metafisica, a tal punto che la metafisica di una gran parte dei pensatori contemporanei consiste nel non avere che un'epistemologia.
- da Il mito di Sisifo, nota (pag. 76 dell'edizione Bompiani 1964, su traduzione di Attilio Borelli)
In questa nota a margine dimessa, sussurrata, che si fa notare appena, si può quasi percepire il tono sarcastico di Albert Camus. Eppure qui si tocca un problema fondamentale. Delineare una distinzione, comunque definita, tra ambito "descrittivo" e ambito "normativo" è già un'operazione "normativa".
Sembra non esserci via d'uscita. Ma, naturalmente, continueremo a pensarci su.
18 gennaio 2016
La metafora esatta. Due poesie di Ted Enslin
Theodore Vernon Enslin (1925-2011) è stato un poeta avanguardista americano, autore di oltre 60 libri di poesia.
Le seguenti sono mie versioni di due suoi testi apparsi in The Weather Within (Membrane Press, 1985).
**
È un lago i suoi
promontori stazioni deserte
lungo coste frastagliate le
celate insenature silenti
salvo le onde occasionali
levate da una brezza improvvisa.
Che increspano, venano qualche pigna
scura caduta dall'inverno
una foresta silenziosa
superna. Così è la natura
che abbiamo dentro tutto è naturale.
Non possiamo realmente negare
la nostra natura creare qualcosa
che sia innaturale.
Non il simbolo abbiamo bisogno
un profondo bisogno della scena non ciò che sta per
essa. Ci è ben nota l'importanza
della metafora eppure se è esatta
è la scena stessa esatta
senza variazioni.
Ad esempio
quando dobbiamo urtare
un'ascia contro la radice dell'albero.
Non ci occorrono sinonimi.
La lama è la lama.
Affilala.
22 dicembre 2015
Cesura
Nel ricettacolo della tua fronte ornata
di scure scaglie d'ossidiana
ho dipinto il mio paese sconosciuto
la terra promessa dove per anni
i cantieri hanno rumoreggiato
le costruzioni insolite delle mie intime geometrie
E il terremoto irruppe
l'avvicinarsi di duemila vascelli in assetto di guerra
precipitare nel vuoto nella scarpata
![]() |
| Da una miniatura. Croniques di John Froissart, XIV° sec. |
12 dicembre 2015
Magnum Opus Poeticum
La poesia non corrisponde al canone/codice estetico che accidentalmente la domina.
Di certo ha regole rigide, che sono quelle del linguaggio. Non è però neanche l'insieme di queste regole linguistiche, che semmai presuppone; è piuttosto il processo stesso di usare queste regole in una costante dialettica tra fedeltà e infrazione consapevole, mediante il quale l'artista plasma, scolpisce codici e regole completamente nuove - perfino opposte a quelle dominanti - entro il linguaggio; facendone così emergere forme e potenzialità che fino a quel momento vi permanevano, ignote e inespresse.
"La poesia" disse una volta il compianto Manlio Sgalambro "non è alcunché di gentile ... è una materia poetica, una materia sonora".
In questo senso la pratica poetica è assimilabile a quella alchemica. Una materia significante viene trasformata e raffinata, fino a che ne emerga l' "oro" di significati del tutto nuovi, impliciti in quella stessa materia ma finora nascosti, inaccessibili.
"Le poesie ... / sono apparecchi per caricare senso; / e il senso vi si accumula"
(V. Magrelli). Ecco in che modo un significato anche banale, ordinario, minimo, espresso in poesia, diventa per ciò stesso universale.
"La poesia è essenzialmente romantica; solo, il romantico della poesia deve essere qualcosa di costantemente nuovo e, perciò, proprio l'opposto di ciò che di solito si dice romantico. Senza questo nuovo romantico non si arriva da nessuna parte, con esso la cosa più casuale acquista trascendenza, e il poeta corre luminosamente etc. Quel che si fa sempre è tenere puro il romantico, eliminando da esso ciò di cui le persone parlano come romantico."
- Wallace Stevens, dall'epistolario
Nell'immagine: Michelangelo Buonarroti, Schiavo che si ridesta (1525-30 circa), dal ciclo I Prigioni
1 dicembre 2015
Mistica del mondo terrestre
Il pensiero di un unico livello di realtà, 'trascendente' rispetto ai singoli individui, può sembrare profondo ma è un'illusione ottica, salvo voler confondere la profondità con la banalizzazione. La profondità visiva penetra la complessità degli individui e delle loro interazioni, nella loro irriducibilità e irripetibilità. In un certo senso scomporre l'Uno nelle Diecimila Cose è un programma riduzionista, ma in un altro senso cercare (forzare) l'Uno dietro alle Diecimila Cose è riduzionismo puro, del più dozzinale.
Si può rifocalizzare la visione nella direzione opposta; e forse comprendiamo che è questo lo sguardo in profondità, l'occhio del divino, se è vero che, mentre gli uomini sognano il ritorno all'Uno, gli dèi bramano il mondo, di una brama travagliata ma costante, divorante...
In origine [gli dèi] desiderarono così intensamente l'universo da far sì che esistesse. [...] Prajapati desidera: "Possa io divenire molteplice!" Si sforza, si scalda e finisce per emettere le creature, e prima di tutto gli dèi. Ma questo sforzo lo ha sfinito. Giace, svuotato e sconnesso, minacciato dalla morte e portatore di morte per gli esseri che sono appena usciti da lui: il tempo che allora regna è una specie di 'anno' omogeneo che trascina soltanto verso la loro distruzione tutti gli esseri viventi. Prajapati vuole ricostituirsi riassorbendo le creature. Vuole la molteplicità dentro di sé, non fuori di sé.
- da Charles Malamoud, Cuocere il mondo. Rito e pensiero nell'India antica, Adelphi
![]() |
| Maurits C. Escher, Drie Werelden (Tre mondi)*, 1955 |
26 novembre 2015
L'assedio di Lüneburg
Uno "spine poem" è una composizione in versi liberi improvvisata a partire dal titolo di un libro, usando come prime parole di ciascun verso le parole che lo compongono.
Inetti
L'avanzata della loro
armata è inarrestabile, Generale. Non resta che disporre la ritirata
dei nostri. Non c'è niente da fare. Combattono come
sonnambuli.
Inarrestabili
Il contingente nemico è ormai una distesa di
rosso. La vittoria è nostra, Capitano. Un ultimo sforzo
e Lüneburg sarà espugnata. Abbiamo salvato
il nostro popolo dal più
nero destino.
In mezzo
La strada è ostruita da pile di cadaveri, Marchese. Ci tocca deviare per la
variante che circonda le mura
di
Lüneburg.
Inetti
L'avanzata della loro
armata è inarrestabile, Generale. Non resta che disporre la ritirata
dei nostri. Non c'è niente da fare. Combattono come
sonnambuli.
Inarrestabili
Il contingente nemico è ormai una distesa di
rosso. La vittoria è nostra, Capitano. Un ultimo sforzo
e Lüneburg sarà espugnata. Abbiamo salvato
il nostro popolo dal più
nero destino.
In mezzo
La strada è ostruita da pile di cadaveri, Marchese. Ci tocca deviare per la
variante che circonda le mura
di
Lüneburg.
![]() |
| Lyonel Feininger, Ohne Titel (Lüneburg), 1933 |
22 novembre 2015
Follow your bliss
Segue da qui.
Di
recente sono inciampato in una terza fonte che richiama questo messaggio così
semplice e così profondo, e completa il quadro. Uno scrittore che avevo letto e
dimenticato per qualche anno, l’antropologo Joseph Campbell, nei suoi libri –
solitamente di piacevole lettura al confine tra divulgazione e accademia – ha
raccontato leggende e miti della nostra specie, le loro differenze e analogie
tra varie epoche e luoghi. In una celebre intervista Campbell dichiarò di aver
appreso dallo studio della mitologia soprattutto questo principio etico: “Follow your bliss”, segui la tua gioia, la tua beatitudine.
Poiché tutti vogliamo, almeno in prima analisi, ciò
che ci fa stare bene e ci dà gioia, si tratta di un altro modo di formulare la
stessa idea. Ma
le due diverse formulazioni mettono in evidenza il problema: che spesso ci
facciamo un’idea sbagliata di cosa potrà farci star bene, anche (ma non solo) a
causa degli inevitabili condizionamenti esterni. Finché non si approda a una decisione incrollabile, senza riserve,
di seguire la propria gioia dovunque ci porti (e non ciò che pensiamo che possa, o debba, essere la propria gioia), la nostra sarà una ricerca
costellata di delusioni. Che possono trasformarsi in frustrazione e rabbia, se
ci identifichiamo con esse e perdiamo la visione d’insieme, che l’incisione
sull’Auryn ci ricorda. Per trovare veramente noi stessi, la nostra “vera volontà”
profonda, dobbiamo sperimentare incessantemente, ci dice Ende. E per trovare
una vera armonia con gli altri dobbiamo prima stabilirla in noi, ci dice
Sant’Agostino.
Conclude bene questo passo di Emerson:
“Io mi appello contro i vostri costumi. Devo
essere me stesso. Non posso più a lungo rinunciare a me stesso per te o te. Se
voi potete amarmi per quello che sono, saremo più felici. Se non potete, io
cercherò ancora di meritare che lo possiate. Ma devo essere me stesso. Non
nasconderò i miei gusti e le mie avversioni. Confiderò che quello che è
profondo è santo, al punto che farò intensamente davanti al sole e alla luna
tutto ciò che il cuore mi detta, e che intimamente mi ristora.”
26 ottobre 2015
Il grande oceano della verità
Newton, che secondo i principali biografi probabilmente non
vide mai il mare, esclamò una volta, sul finire della vita: "Io non so come il mondo mi vedrà un
giorno. Per quanto mi riguarda, mi sembra di essere un ragazzo che gioca sulla
spiaggia e trova di tanto in tanto una pietra o una conchiglia, più belli del
solito, mentre il grande oceano della verità resta sconosciuto davanti a me." Lo cita James Gleick nella sua recente biografia ‘Isaac Newton’
(edizione italiana Codice Edizioni 2004, curata da Telmo Pievani).
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